Open studio Ailanthus
Ailanthus, progetto di residenza a Casa degli Artisti, Milano, 2026
La ricerca di Francesco Ciavaglioli si sviluppa intorno all’immagine botanica come dispositivo attraverso cui interrogare il rapporto tra essere umano, natura e costruzione del paesaggio. Da anni il giardino costituisce il nucleo della sua pratica: al tempo stesso soggetto iconografico, spazio culturale e luogo in cui le idee di cura, controllo e ordine si confrontano con la capacità autonoma della natura di trasformarsi, proliferare e sfuggire ai sistemi che cercano di contenerla. Attraverso la serialità, la reiterazione del gesto e il ricorso a immagini provenienti da archivi botanici, l’artista costruisce paesaggi che oscillano continuamente tra rappresentazione e astrazione, tra documento e costruzione visiva.
Ailanthus, sviluppato durante la residenza presso Casa degli Artisti, si inserisce in continuità con questa ricerca, concentrandosi sull’Ailanthus altissima, comunemente noto come Albero del Paradiso. Il nome del genere, coniato dal botanico francese René Louiche Desfontaines nel 1788, deriva dalla latinizzazione del termine ailanto, che significa letteralmente “albero che raggiunge il cielo”, mentre l’epiteto altissima ne sottolinea il rapido e imponente sviluppo. L’immaginario evocato dal nome entra oggi in contrasto con la condizione della pianta come specie invasiva, trasformando l’Ailanto in una figura emblematica delle contraddizioni che attraversano il paesaggio contemporaneo. Considerata tra le specie invasive più diffuse, è capace di colonizzare spazi residuali, infrastrutture, edifici e aree urbane dismesse.
La sua presenza racconta una storia di migrazioni, adattamenti e conseguenze impreviste, mostrando come ogni tentativo di organizzare il paesaggio produca inevitabilmente nuovi ecosistemi, configurazioni e nuovi equilibri. Durante la residenza, Ciavaglioli ha condotto una ricerca iconografica e storico-botanica sull’Ailanto attraverso fotografie, disegni, pittura e inchiostro. L’artista ha sviluppato una mappatura sensibile della sua presenza, seguendo la pianta nei luoghi in cui il controllo umano si interrompe: margini stradali, vuoti urbani, muri, tetti, architetture in trasformazione. L’Ailanto prospera proprio all’interno del disturbo ecologico, nei territori alterati dall’uomo, diventando il simbolo di una natura che non si oppone alla città, ma cresce insieme ad essa, appropriandosi delle sue fratture.
L’installazione presentata per le giornate dell’open studio a Casa degli Artisti trasforma l’atelier in un hortus conclusus, una camera picta contemporanea in cui il giardino perde la sua tradizionale dimensione di rifugio per configurarsi come un ecosistema instabile, attraversato da dinamiche di proliferazione e trasformazione continua. Il tendaggio dipinto assume una duplice funzione: superficie pittorica e dispositivo architettonico. Delimita lo spazio senza chiuderlo, costruisce un ambiente immersivo e accoglie gli esiti della ricerca come un archivio in costante divenire. La pittura, che nella pratica dell’artista non si esaurisce nella superficie del quadro, si espande così nello spazio, trasformando l’ambiente espositivo in un’immagine abitabile.
A completare l’installazione, una serie di dipinti è sospesa su sottili listelli scultorei che attraversano lo spazio, dando vita a una costellazione di rappresentazioni fluttuanti che dissolvono i confini tra pittura, scultura e installazione.
Pensato come un progetto di ricerca, Ailanthus rimane volutamente aperto. Il progetto nato a Casa degli Artisti continuerà ad alimentarsi attraverso il confronto con il contesto, la città e le relazioni che la residenza ha reso possibili, diventando parte integrante del processo. La ricerca confluirà in una pubblicazione che raccoglierà gli esiti del progetto insieme ai contributi teorici di botanici, ecologi e studiosi del paesaggio contemporaneo, ampliando il dialogo tra pratica artistica e ricerca interdisciplinare. Come l’Ailanto stesso, il progetto continua a svilupparsi per propagazione, accogliendo nuove immagini, nuove connessioni e nuove letture del paesaggio contemporaneo.